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Psicoterapia cognitiva sistemico-processuale e ciclo di vita individuale

di Vittorio Guidano
si ringrazia il dott. G. Cutolo per la concessione del materiale

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Credo che tutti quanti sappiate che il cognitivismo, almeno quello ortodosso, deriva come diretta filiazione dal comportamentismo classico. Intorno alla metà degli anni '70 si verifica una crisi epistemologica del comportamentismo che, sottolineo, è crisi sui generis; non è infatti tanto dovuta a mancanza di risultati quanto ad una crisi di carattere esplicativo, nel senso che il comportamentismo non riesce più a spiegare nemmeno i ri-sultati dei successi che ottiene. E, a parte questa parentesi storica, l'origine del cognitivismo è quella dell'introduzione di una variabile in più nello schema semplicissimo del comportamentismo. Abbiamo infatti nell'ambito di questo schema uno stimolo ambientale e una risposta comportamentale. L'idea, nella sua semplicità, era appunto diventata inutile perché non riusciva a spiegare quasi più niente; la nascita del cognitivismo è infatti praticamente l'introduzione della famosa “O” tra la “S” e la "R", come ammettere in fondo che fra lo stimolo ambientale e la risposta comportamentale ci fossero delle variabili intraorganismiche specificate da questa “O”. Variabili individuabili in pensiero, immaginazione, fantasie, aspettative, ragionamento, dialogo interno così come allora usava chiamarlo. Ma questa piccola variazione ebbe risultati abbastanza significativi, permetteva per la prima volta di poter prendere in considerazione i fenomeni interni, i fenomeni mentali e basti pensare che fino ad allora la parola mentale era stata quasi sinonimo di stregoneria, di eresia come durante tutto il medioevo. Questa piccola variazione permetteva finalmente che questi fenomeni mentali potessero essere trattati alla stregua di oggetti legittimi di indagine, di ricostruzione e di intervento. L'ottica che ne è derivata, vista con il senno del poi, è semplicistica ma certamente più elaborata rispetto al comportamentismo. La metafora base di quel periodo era quella di paragonare l'individuo ad uno scienziato: l'attività di uno scienziato è costantemente diretta a quello che fa, a quello che studia, agli esperimenti che progetta, questo facendo lo scienziato corre sempre sui binari della teoria scientifica cui aderisce; così anche l'attività di un individuo che agisce, dice e pensa, è sempre diretta, corrispondente o dipendente dalla teoria di sè e del mondo che lui stesso si è formato. Questa teoria veniva equiparata ad una specie d'insieme, ad una configurazione di convinzioni articolate e disposte in modo gerarchico fra loro; si ammetteva sostanzialmente che ogni convinzione produceva delle aspettative e si sviluppava all'interno di una persona attraverso quello che veniva chiamato "dialogo interno", conseguenza di questo il controllo delle emozioni, sia del comportamento corrispondente.